Proposta
3° Trimestre 2019

IL VITIGNO SOPRAVVISSUTO DUE VOLTE

L’Uva di Troia, conosciuta ai più con uno dei suoi sinonimi, Nero di Troia, è il terzo grande vitigno autoctono e storico della Regione Puglia e uno dei più antichi. Sopravvisse incredibilmente, insieme al Primitivo e al Negroamaro, al grande sterminio della prima metà del “800 per mano della Fillossera, parassita d’importazione che distrusse l’80% delle viti d’Europa. Le origini del vitigno sono incerte e molteplici sono le leggende legate al territorio nel quale ancora oggi si coltiva. Potrebbe essere originario dell’Asia Minore (Troia) e giunto in Puglia durante la colonizzazione ellenica, oppure il suo nome potrebbe derivare dal centro pugliese in provincia di Foggia (Troia) o ancora dalla città albanese di Cruja, vernacolizzato in “Troia”.

Risale al 1877 la prima descrizione organica dell’Uva di Troia indicata, in agro di Trani, come Nero di Troia e, nel barese, come Uva di Troia o di Canosa. Qualche anno più tardi, viene riferito che già nel 1854 si erano registrati in Capitanata impianti sperimentali di Uva di Troia – «varietà robusta, resistente alla siccità ed abbastanza produttiva» – a «ceppo basso, isolato e in riga, sistema che i romani dicevano humilis sine adminiculo e che oggi nella regione si riconosce col nome di vigna a sistema latino».

Questo vitigno antichissimo è stato per lungo tempo dimenticato e dopo aver resistito alla grave malattia della Fillossera ha quasi rischiato l’estensione soppiantato dalla coltivazione dell’ulivo, più semplice e produttiva. Nell’ultimo trentennio infatti l’area destinata alla sua coltivazione era scesa drasticamente fino a raggiungere i miseri 1.700 Ha del 2000.

“La ragione è da ricercare nel carattere complicato del vitigno che si presenta aspro, difficile, assai tardivo, che risente maggiormente dei ritardi nella comparsa dell’Invaiatura e dell’accorciamento della fase di Maturazione dovuto ad andamenti stagionali particolarmente sfavorevoli; potremmo definirlo un vitigno un po’ bizzoso, una specie di Primadonna dell’enologia, assai esigente dal punto di vista dell’intensità luminosa e della temperatura” Così lo descrive il Prof. Donato Antonacci, direttore del CRA-UTV (Unità di ricerca per l’uva da tavola e la vitivinicoltura in ambiente mediterraneo – Turi BARI), in uno dei suoi ultimi lavori, I VITIGNI DEI VINI DI PUGLIA.

Ma il profilo complesso di questo vitigno ne ha anche segnato la rinascita: esso infatti gode di una ricchezza tannica notevole e di un ottima predisposizione all’affinamento; ciò lo ha reso particolarmente votato per essere assemblato con vitigni più “morbidi” che mancano di corpo. Da diversi anni si è sperimentato la sua vinificazione in purezza, un lungo e arduo lavoro per un vitigno poco addomesticabile e di grande personalità. Malgrado ciò, grazie ad un interpretazione perfetta, si è dato vita a un vino forte, imponente al palato che sa esprimere attraverso l’affinamento qualità come la delicatezza e l’eleganza propri di alcuni Amaroni o Baroli.

Le spiccate e costanti note floreali e fruttate di violetta e mirtillo “ammorbidiscono” la forte struttura del vitigno e al palato emergono sentori di confettura di ciliegia, tabacco e spezie che fanno di questo vino un sicuro protagonista del futuro.

Se non avete mai avuto modo di berlo vi consiglio di farlo quanto prima, se non altro per rendere onore a una vite che ha lottato per sua sopravvivenza!