Proposta
2° Trimestre 2019

L’ITALIA DEI VITIGNI AUTOCTONI

“Amo gli autoctoni perché parlano dell’Italia al mondo, un’Italia che non è fatta solo di monumenti e buona cucina”. Così ha commentato Ian D’Agata, scrittore contemporaneo, la riscoperta dei vitigni storici Italiani da sempre presenti sul territorio e per lungo tempo dimenticati. Da qualche anno aziende coraggiose hanno deciso di investire sulla coltivazione di questi vitigni facendosi carico di un rischio notevole come spesso accade quando si scommette su un prodotto di cui poco o nulla si sa, soprattutto in merito al prodotto finale. Questo perché i vitigni autoctoni, benché antichi, non sono mai stati oggetto di studio a differenza di altri cugini più blasonati. Basti pensare che per la coltivazione dello Chardonnay esistono protocolli di vinificazione testati su 300 anni di storia o che il Sangiovese è al centro dell’attenzione già dagli anni 60.

Questo processo di riscoperta è stato possibile in primis grazie alla ricchezza di varietà esistente nella penisola. Disponiamo infatti di più vitigni in Italia che in Francia, Spagna e Grecia messe insieme; i numeri raccontano di circa 600 vitigni certificati e di altri 500 in attesa di codificazione. Un patrimonio inestimabile!

La seconda ragione è ben spiegata da Donatella Cinelli Colombini, produttrice toscana e presidentessa dell’associazione nazionale Donne del Vino:

Fino a qualche anno fa- spiega- c’era una corsa alla standardizzazione del gusto con un ampio ricorso ai vitigni internazionali come Chardonnay, Merlot e Cabernet. In seguito questo fenomeno ha subito una inversione di tendenza, e oggi le nuove generazioni – i cosiddetti millennials – cercano qualcosa di più autentico e raro. Ciò da un lato ha permesso di riscoprire le varietà minori, ma dall’altro ha prodotto una distorsione. Oggi infatti troviamo Aglianico, Sagrantino e altri vitigni, allevati ad esempio in Australia. Per questo noi italiani, che siamo i detentori del maggior numero di vitigni autoctoni al mondo, abbiamo alzato l’asticella rivolgendo la nostra attenzione agli autoctoni rari, coltivati in superfici molto piccole, abbandonati perché sconosciuti, difficili da coltivare, e con caratteristiche organolettiche molto specifiche.

E’ grazie a questo lavoro minuzioso che oggi possiamo trovare nelle carte dei ristoranti vini quali la Vespolina, la Schiava, lo Schioppettino, il Verdello, il Timorasso, il Pignolo, l’Incrocio, il Pascale di Cagliari e tanti altri. Un lavoro che parla di amore per la propria terra e di tradizioni tramandate di generazione in generazione.

La prossima volta che entrate in un enoteca o vi accomodate a un ristorante fatevi consigliare un vino autoctono italiano e scoprirete come ognuno di essi rispecchia perfettamente la terra dal quale proviene.

Nel prossimo articolo, a proposito di vitigni autoctoni, vi presenterò il Nero Di Troia.